Paese: Italia
Regione: Veneto
Provincia: Belluno
Comuni: Forno di Zoldo, Zoppè di Cadore, Zoldo Alto
Fiume: Maè
Nome abitanti: Zoldani
Comunità montana: Comunità Montana Cadore Longaronese Zoldo
La Val di Zoldo, o Val Zoldana, o anche Valzoldana, è un'area geografica della Provincia di Belluno, solcata dal corso del torrente Maè, affluente destro del Piave. È attraversata per tutta la sua lunghezza dalla Strada Statale 251.
Ne sono parte i comuni di Forno di Zoldo, Zoldo Alto e Zoppè di Cadore che, nonostante l'appellativo, è completamente inserito nello zoldano sia geograficamente sia per quanto riguarda i servizi. Al comune di Longarone appartiene il tratto iniziale detto Canal del Maè.
Geografia fisica
La vallata avrebbe inizio presso la confluenza del Maè nel Piave, in corrispondenza di Pirago di Longarone. La prima metà è caratterizzata da un paesaggio molto selvaggio e, per la profondità degli orridi scavati dal torrente e la ripidità dei pendii, è stata da sempre poco adatta all'insediamento umano: sorgono solo due piccoli villaggi (Igne e Soffranco, sempre in comune di Longarone) e poche casère isolate; perciò questo tratto non è considerato ancora la vera e propria valle ed è detto Canal del Maè.
La Val di Zoldo
Di Val di Zoldo si può parlare solo dopo il lago di Pontesei. La statale, dopo una galleria, sbuca proprio in corrispondenza del capoluogo storico della zona, Forno di Zoldo. Da qui una valle laterale porta a Zoppè di Cadore, posto più a monte. Più avanti, dopo aver attraversato alcuni paesini (caratteristica della regione è la presenza di numerose ville sparse) si raggiunge Fusine, sede del comune di Zoldo Alto e, portandosi ancora oltre, Pècol, il maggiore centro turistico. È qui che la valle termina, ai piedi del Civetta e del Pelmo, mentre la statale continua il suo percorso sino al Passo Staulanza e alla Val Fiorentina. Anche la Valle del Boite e l'Agordino sono in comunicazione con lo Zoldano, rispettivamente tramite il Passo Cibiana e il Passo Duran.
I rilievi più importanti sono senza dubbio: il Civetta (3.220 m), la Moiazza (2.878) e il Pelmo (3.168), ma degni di nota sono anche la Cima di San Sebastiano (2.488), il Tàmer (2.547), lo Spiz di Mezzodì (2.324), il Prampèr (2.409) e il Sasso di Bosconero (2.468); sono tutte comprese nelle Dolomiti di Zoldo, sottosezione delle Dolomiti.
Le origini Storche
Le vicende della Val Zoldana, lontana dai traffici commerciali e priva di interesse economico, ci sono oscure sino al basso medioevo. Si può ipotizzare che, durante la preistoria, la zona non fosse stabilmente abitata (mentre in altre valli dolomitiche sono stati trovati i segni di insediamenti stabili), ma non lo sarebbe stata nemmeno durante il periodo preromano (forse vi passarono i Norici) e romano. Di quest'ultima epoca sono tre iscrizioni, localizzate attorno alla Civetta, indicanti probabilmente i limiti dei territori di Iulium Carnicum (Zuglio, in provincia di Udine) e Bellunum (Belluno). Per secoli lo Zoldano fu dunque una zona di confine, più tardi tra i territori di Belluno (a cui apparteneva) e del Cadore[1].
Il Medioevo
Come già detto, anche il primo medioevo è un'età misteriosa e i pochi avvenimenti ricordati sono essenzialmente leggendari. È probabile che sotto i Longobardi si ebbe un primo embrione del sistema delle Regole, durato sino all'Ottocento.
Solo nel 1185 una bolla papale cita per la prima volta lo Zoldano, amministrato dalla parrocchiale di San Floriano di Forno di Zoldo, alle dipendenze del vescovo di Belluno. In seguito il territorio passò ad Ezzelino III da Romano (1249) assieme all'Agordino, e quindi (1347) agli Avoscano, originari dell'alto Cordevole. Poco dopo fu la volta di Luigi I d'Ungheria che lo assegnò ai Da Carrara. Alterne vicende lo diedero infine a Venezia (1404) a cui rimase sino alla caduta della Repubblica (1797).
La Serenissima
Nel 1508 nei dintorni si svolsero i combattimenti tra Venezia e la Lega di Cambrai. Anche molti Zoldani contribuirono alla vittoria della Serenissima come guide del comandante Bartolomeo d'Alviano.
Da questo momento la vallata divenne prospera grazie alla silvicoltura, che forniva i legnami per l'Arsenale e le palafitte di Venezia, e soprattutto all'attività siderurgica (basti pensare ai numerosi toponimi che ricordano l'esistenza di officine e fucine). Tra il XVI e il XVIII secolo sorsero diversi palazzi che ancor oggi testimoniano il florido passato.
L'Ottocento e il Novecento
Caduta Venezia, la valle passò dai francesi agli austriaci e viceversa, infine divenne definitivamente austriaca. I nuovi occupanti finanziarono diverse opere pubbliche; in particolare, fu migliorata l'attuale statale 251 e fu realizzata una carta topografica del Regno Lombardo Veneto, importante perché in grado di fornire una precisa rappresentazione del territorio montuoso.
Dopo aver partecipato alle vicende del Risorgimento, Zoldo Alto, Zoppè e Forno di Zoldo divennero comuni del Regno d'Italia (1866) (il primo nascendo dalla Regola grande di Coi, dalle Regole associate di Mareson, Pecol, Pianaz e Fusine e dalla Regola di San Tiziano o di Goima). Nel frattempo, l'industria moderna faceva tramontare la tradizionale attività fabbrile, sicché moltissimi abitanti dovettero emigrare altrove per trovare lavoro.
Durante la prima guerra mondiale, lo Zoldano dovette subire l'occupazione austriaca sino alla liberazione del 3 novembre 1918.
Lingua
Gli studiosi sono generalmente concordi nell'affermare che lo Zoldano è, delle valli dell'alto bellunese, quella che più si avvicina alla parlata del capoluogo (il dialetto feltrino-bellunese). Sicuramente si notano delle influenze ladine ma, come osserva Enzo Croatto, la valle non ha mai avuto contatti diretti con il Tirolo, e pertanto si può parlare al massimo di "veneto-ladino" o di "semiladino". Qualcuno addirittura nota che queste definizioni sono eccessive e classifica la parlata zoldana come veneta. Inoltre, lo studioso Giovanni Frau ha ricostruito le correnti migratorie che hanno popolato la valle, ipotizzando che quelle da nord, che è appunto l'area ladina, fossero molto più limitate rispetto a quelle provenienti dalla zona di Longarone e Agordo.
Nonostante tutto, con la legge 482/1999 la provincia di Belluno riconosce di lingua ladina i comuni della valle (ma anche quelli dell'Agordino).
Il primo documento scritto in zoldano pervenutoci è una traduzione della parabola del figliol prodigo datata 2 maggio 1835. Delle pubblicazioni in merito, vanno ricordate essenzialmente Il Vernacolo della Val di Zoldo, curato da don Raffaello De Rocco con la collaborazione di Augusto Gamba di Bragarezza, e il Vocabolario del dialetto ladino-veneto della Valle di Zoldo (Belluno), di Enzo Croatto.
Il lessico zoldano mostra la presenza di termini di origine retica e celtica, longobarda e veneziana, ma anche termini di derivazione francese e tedesca entrati più di recente. Come un po' tutti i dialetti d'Italia, anche lo zoldano tende oggi ad impoverirsi, adattando spesso i termini della lingua italiana. Da notare infine che lo zoldano dimostra una notevole omogeneità, nonostante la dispersione dei suoi villaggi. Più in passato che ora, si notava una leggerissima differenza tra le parlate dell'alta e della bassa valle.
(Fonte: Wikipedia, l'enciclopedia libera 9/2010). |